Adesso che la Cassazione ha chiuso anche l’ultimo capitolo del processo, Rosa Maria Esilio si sente come se fosse l’unica a dover pagare la più pesante delle condanne: «L’ergastolo della sofferenza piena, definitiva, immutabile e feroce». Ieri i giudici hanno confermato in via definitiva la sentenza a 10 anni, 11 mesi e 25 giorni per Gabriel Christian Natale Hjorth, il giovane americano accusato di concorso anomalo nell’omicidio dell’uomo che lei aveva sposato poco più di un mese prima.
Il delitto che, nel 2019, aveva sconvolto la Capitale: il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega era stato ucciso con undici coltellate nel quartiere Prati. L’esecutore materiale, il giovane che aveva materialmente inferto i colpi, con violenza inaudita, Finnegan Lee Elder, era già stato condannato in via definitiva a 15 anni e 2 mesi. Due sentenze che, per chi amava quell’uomo in divisa, sono come un pugno nello stomaco, una ferita sempre aperta.
Lo racconta Rosa Maria tramite il suo legale, l’avvocato Massimo Ferrandino: «La triste vicenda giudiziaria che riguarda l’assassinio di mio marito Mario, durata sette lunghi anni, ha mostrato quanto la percezione della giustizia possa variare tra i diversi gradi di giudizio e causare tensioni e ulteriore dolore, smarrimento, incredulità e delusione verso le aspettative delle persone oneste, con la percezione di una evidente impunità, di pene non proporzionate alla gravità del gesto, al dolore inflitto». In tutto questo tempo le sembra di avere preso atto «del fatto che l’omicidio di un servitore dello Stato ci abbia reso ben presto consci che la formula “la Legge è uguale per tutti” poteva svilirsi anch’essa».
L’omicidio risale alla notte tra il 25 e il 26 luglio del 2019 e si è passati da un duplice ergastolo disposto dai giudici di primo grado alle decisioni che, tra appello e Cassazione, hanno portato a un notevole ridimensionamento delle pene. «In tale surreale contesto - ha aggiunto la donna - oltre al lutto si è generata una ferita profonda che non si rimargina, che si è riaperta in ognuna delle centinaia di udienze trasformatesi in un irriverente campo di battaglia legale e mediatico, durante il quale abbiamo assistito a un continuo oltraggio nei confronti di Mario, anche da morto».
La beffa
Per Rosa Maria, il processo si è concluso, «almeno sembra, con la pronuncia di una irrisoria sentenza di condanna, come ha peraltro ha sottolineato la Procuratrice Generale in Cassazione». Nelle sue parole il dolore lascia spazio a una riflessione: «Su quanto possa valere la vita, come quella di mio marito e dei tanti giovani morti in tanti eventi tragici della nostra società: diamo valore a molte cose, mentre si diviene indifferenti alla morte, tranne nel caso in cui venga coinvolto un proprio familiare». E ancora: «Nella macina di questi sette anni di processo, abbiamo capito che in noi è avvenuta una trasformazione, ma non per i valori e l’onore, che non cambieranno mai. Nella vita bisogna scegliere chi si vuole essere e quanto e come resistere ai colpi dolorosi». Il ricordo del marito è sempre vivo, «c’è chi ha abbracciato i valori per una vita a qualunque costo, giovani che giurano fedeltà allo Stato, i colleghi tutti di Mario che vivono sulla propria pelle l’eredità valorosa dell’Arma dei Carabinieri, certi che la fede è l’unica forza che tiene accesa la speranza. Ringrazio gli avvocati che, con grande professionalità e grande senso di umanità, hanno seguito la nostra dolorosa vicenda giudiziaria, l’Arma dei Carabinieri e l’associazione Vittime del Dovere, che lottano affinché la storia delle figure eroiche dei caduti, come il nostro Vice Brigadiere Mario Cerciello Rega, non cadano nell’oblio».
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