“Finché avrò voce, racconterò la storia del mio Claudio, perché lui credeva in quello che faceva ed è morto perché con grande scrupolo affrontava ogni aspetto del suo lavoro. È un esempio che ho il dovere di portare ai giovani e alle comunità, perché riflettano, perché decidano da che parte stare. Solo in questo modo la morte di mio marito non sarà stata vana”. Le parole della Vedova Pezzuto-Pisani nell’imminenza dell’evento con una testimonianza intensa insieme al figlio Alessio, rimasto orfano di suo padre ancora così piccolo, come già era accaduto a Claudio col suo di papà. Sono passati ben trentaquattro anni dal quel 12 febbraio 1992, maledetta sera a Faiano, frazione del comune di Pontecagnano teatro di un evento per molti, soprattutto per le famiglie del carabiniere Claudio Pezzuto, inimmaginabile. Claudio Pezzuto a bordo della Fiat Uno insieme al suo collega Fortunato Arena, appena 23 anni. I due erano quasi alla fine del loro servizio di pattugliamento e stavano facendo rientro in caserma quando, passando nella piazza principale del centro abitato, piazza Garibaldi, notarono un grosso fuoristrada bianco. Mancavano pochi minuti alle 20.00. La loro attenzione fu attirata da una targa posticcia. Si fermarono. Claudio si avvicinò alla macchina dal lato del conducente. Scrutò all’interno anche l’altra persona che occupava il posto del passeggero e chiese i documenti. L’uomo alla guida gli passò la patente e Claudio si incamminò verso Fortunato, che intanto era rimasto nei pressi della vettura di servizio. Fu in quel momento che, senza un’apparente ragione, il passeggero scese dalla jeep impugnando un mitra. Furono 5 minuti di inferno. Fortunato fu colpito da una raffica di calibro 9 e si accasciò. Claudio, sebbene ferito, tentò di rispondere al fuoco, di trovare riparo sotto a un porticato. Ma i suoi assassini non gli lasciarono scampo. Uno di loro lo seguì e gli sparò a bruciapelo, prima di risalire in macchina e scappare. Quando arrivarono gli agenti della Polizia Municipale, che si trovavano poco lontano da quella piazza gremita di gente, trovarono sull’asfalto decine di bossoli e i due corpi dei carabinieri. Respiravano ancora. Sarebbero morti pochi minuti dopo, a bordo delle ambulanze che li trasportavano all’ospedale San Leonardo di Salerno. All’alba del 14 luglio, i due killer Carmine De Feo e Carmine D’Alessio, 30 anni il primo e 27 il secondo, affiliati all’Associazione camorrista Riformata, uno degli ultimi effimeri ma spietati gruppi criminali sorti dalle ceneri della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, furono arrestati e inseguito condannati all’ergastolo. Resta la memoria viva, attiva che nel tempo si è trasformata in opportunità educativa con un cui una donna, Tania Pezzuto-Pisana e il figlio Alessio Pezzuto nel tempo sono riusciti a trasformare un forte dolore in una grande volontà di andare nella società civile, scuole, istituzioni nazionali, regionali e provinciale, per parlare di legalità, moralità civile, rispetto per le norme civili e soprattutto per parlare di valori umani. Uno dei più grandi processi elevati della cosiddetta resilienza umana è il passaggio, come le pagine di sociologia insegnano, dalla “sofferenza passiva” alla “ creazione di significato”. Un atto di trasformazione non cancella il dolore ma gli conferisce un abito nuovo, una forma diversa trasformando una ferita in una risorsa per sé e per gli altri. Tania Pezzuto Pisani e il figlio Alessio hanno insegnato in questi anni a molti e non solo, come bisogna ascoltare il dolore, trasformarlo, renderlo lecito e consegnarlo in una nuova forma alla società civile come strumento di insegnamento per costruire un qualcosa di nuovo, utile, sano con l’obiettivo di creare una nuova comunità finalmente matura, consapevole e con un livello di attenzione verso le cose essenziali della vita. Volare sopra la sofferenza, conferire credibilità a chi la subisce donando una autenticità nuova al tempo che scorre per chi poi l’insegna con fiducia e coraggio. Questi sono Tania Pezzuto-Pisani e il figlio Alessio Pezzuto. Bella la frase della pedagoga Montessori: “Ciò che l’insegnante è, è più importante di ciò che insegna”. Per questo il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana consegnatale lo scorso dicembre non è un titolo, ma un grazie che la Repubblica Italiana le ha detto. Un titolo forte di gratitudine come “madre di tutte le virtu’”. Per questo al di là di campanilismi, gelosie e invidie tutti noi lucani dovremmo essere sempre riconoscenti.
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