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I nostri caduti

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Ispettore Capo Polizia di Stato CARLO TUFILLI

 

CARLO TUFILLI Ispettore Capo della Polizia di Stato

deceduto a Porta Maggiore 22 Giugno 1996

 

L’ispettore capo Tufilli, in forza al Commissariato romano di Porta Maggiore, al termine del servizio stava facendo rientro a casa a bordo del treno locale Roma-Pantano. Durante il viaggio il poliziotto si accorse che due uomini armati di pistola stavano compiendo una rapina ai passeggeri del vagone accanto al suo. Per non mettere in pericolo l’incolumità dei passeggeri, Tufilli decise di intervenire all’arrivo del treno nella stazione di Grotta Celoni. Qui il poliziotto scese per primo e, pistola in pugno, intimò ai due rapinatori di gettare le pistole. I due criminali risposero aprendo il fuoco. Nella breve, ma violenta sparatoria Tufilli venne ferito mortalmente, ma prima di cadere riuscì ad abbattere uno dei rapinatori, mentre il secondo fuggì nelle campagne circostanti la stazione.

Il secondo assassino venne arrestato dalla Squadra Mobile della Questura di Roma il giorno dopo.

 

Articolo pubblicato su Oggi 1996 N° 28

 

L’Italia come il Far West. La storia del poliziotto ucciso in un rapina

 

SUL TRENO DELLA PAURA C’ERA UN EROE: MIO MARITO

 

Passavo per caso alla fermata del trenino Roma-Pantano, che mio marito prendeva tutte le sere per tornare a casa, e ho visto due volanti, l’autoambulanza e molta gente assiepata. Il cuore mi è balzato in gola e ho cominciato a tremare. Mi sono avvicinata a un agente e gli ho chiesto cosa fosse accaduto: “Sa, io sono moglie di un ispettore, mio marito torna proprio con questo trenino. Non vorrei... ”. Insomma, quelle cose che si dicono quando si vede un incidente, soprattutto se si è sposato un poliziotto. Non ci pensi mai, ma la paura vive con te.

«L’agente con il quale ho parlato mi ha tranquillizzata, dicendo che si trattava di un delinquente morto e di un finanziere ferito. Sono tornata a casa rattristata ma sollevata Però Carlo non era ancora arrivato: allora ho telefonato al commissariato di Porta Maggiore e il centralinista mi ha detto che mio marito era uscito regolarmente alle sei e dieci per tornare a casa, dove non era arrivato. Dopo un quarto d’ora due volanti sono arrivate e mi hanno portata da lui. Purtroppo non c’era più nulla da fare».

Maria Antonieta Tufilli se ne sta seduta nel soggiorno della casa al secondo piano di via Attavante degli Attavanti a Roma con al fianco il vicequestore Diego Acqui, dirigente della polizia giudiziaria del Commissariato dove lavoravo il marito e una collega. Accetta di raccontare a Oggi la tragedia che si è abbattuta sulla sua famiglia e, mentre lo fa, sfoglia l’album delle foto: il matrimonio, la nascita dei bambini, le immagini sulla neve, al mare. Non ha più lacrime, ma prova un’immensa rabbia per la fine di un uomo buono, integerrimo, uno di quei poliziotti sui quali puoi fare affidamento perché con un senso del dovere non comune, fanno il loro lavoro oscuro che quasi mai finisce sotto le luci della cronaca. A Maria Antonietta, il marito poliziotto l’hanno ammazzato due balordi, due tossici usciti a far “cannine”, il termine con cui in gergo si chiamano i piccoli furti, messi però spesso in atto con scene cruente un po’ stile Arancia meccanica.

Quelle scene cui le periferie di Roma e di molte grandi città italiane sono costrette a vivere da quando imperano il degrado, l’emarginazione, la droga, i modelli culturali sbagliati.

La vittima: Carlo Tufilli, 39 anni.

«Per tornare a casa, Carlo saliva ogni sera sui vagoni dei pendolari: una specie di zona franca per i delinquenti», si sfoga la moglie, Maria Antonietta Tufilli «È stato ammazzato per aver tentato di fermare due drogati che ripulivano i passeggeri» - «Lo Stato non dà tutela» - Ma al funerale ha partecipato anche Di Pietro di Gennaro De Stefano

Carlo Tufilli aveva 39 anni, due bambini di 11 e 13, Marco e Alessandro, una moglie con la quale insegnava catechismo. «I quotidiani hanno scritto questa storia del catechismo», dice Maria Antonietta con la consueta modestia, «ma lo hanno fatto enfatizzando un po’. In realtà il parroco ci ha chiesto se volevamo integrare l’insegnamento religioso ai bambini che dovevano fare la cresima e noi abbiamo accettato volentieri».

 

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...LA NOSTRA GRANDE FELICITA” Roma. Pochi giorni prima della tragedia, Carlo Tufilli e la moglie posano sorridenti. «Insieme eravamo veramente felici», dice scossa la signora Maria Antonietta. «Adesso provo un immenso dolore e anche una gran rabbia, ma sono costretta ad andare avanti per amore dei nostri due figli, Marco e Alessandro. Mi aiuta la fede: io e mio marito eravamo una coppia molto religiosa, insegnavamo catechismo ai bambini.»

«È morto perché ha rispettato il regolamento: aveva un gran rispetto per la vita umana, cosa che gli derivava proprio dal suo essere profondamente religioso», interviene allora Diego Acqui, parlando del collaboratore cui affidava le pratiche più delicate, quelle in cui occorreva molta intelligenza e anche grande preparazione. «Se non avesse sparato prima in aria, intimando l’alt come da regolamento... ».

Se... Se non fosse capitato in quel vagone dove Maurizio De Lucenti e Luca Esposito, poco più che ventenni, due giovani avviluppati dalle spire dell’eroina, ripulivano con le pistole in mano i pendolari che tornavano a casa; se non avesse prudentemente atteso la discesa dei due; se, se, se... Se non fosse che su quella linea ferroviaria, metà tradotta anni Cinquanta, metà metropolitana, tutti i giorni è un Far West, che i lavoratori pendolari devono subire ogni genere di angherie, di soprusi verbali e non, di violenze gratuite dei tossici che si bucano tra i sedili e ti fanno pregare che quella mezz’ora di viaggio finisca presto... Una realtà che non è solo di Roma e pone il problema delle vivibilità delle grandi città. Problema cui si pensa poco fino a quando la violenza quotidiana non si trasforma in morte.

«Che devo dire?», si chiede Maria Antonietta. «Che mio marito non doveva rispettare il regolamento?

Certo, tra la vita di due delinquenti che strappano le catenine a gente che lavora dalla mattina alla sera, che si fanno belli con una pistola in mano, penso sia più utile quella di Carlo. Ma ormai gliel’ hanno tolta, la vita, e oggi guardi avanti perché ti ci costringono le circostanze: due figli che devono crescere, i ricordi da mantenere... Ma dentro, lo confesso, ho una gran rabbia».

 

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QUANTO STRAZIO AL FUNERALE PER QUELLA MORTE INGIUSTA Roma. Uno dei momenti più strazianti del funerale di Carlo Tufìlli: scuretti dai colleghi del poliziotto, la moglie Maria Antonietta.

Rabbia che non ha bisogno di giustificazioni o di spiegazioni se si pensa a come questa tragedia sia potuta accadere. Maria Antonietta la racconta così: «Carlo era smontato dal servizio e, come al solito, aveva preso il trenino per tornare a casa. Si è accorto che qualcosa non andava nel vagone a fianco: due ragazzi armati minacciavano i passeggeri e si facevano consegnare l’oro, i soldi. Mio marito ha atteso che i due scendessero, è andato loro dietro, ha estratto la pistola e ha sparato un colpo in aria, intimando di fermarsi.

A quel punto uno dei due, Luca Esposito, ha estratto la sua pistola e gli ha sparato più colpi, ma Carlo ha fatto in tempo a esplodere un solo colpo e lo ha centrato al cuore. L’altro è fuggito».

Con conseguente caccia all’uomo dentro un quartiere, Tor Bella Monaca, uno dei quartieri di non invidiabile fama che, come Tor Vergala, Torre Gaia, Torrenova si stendono lungo la Casilina, la strada che porta in Ciociaria, a Frosinone, perdendosi poi nell’Agro romano, campagna sostituita dal cemento.

Torri che svettano solita rie, vespai abitativi dove c’è tutto e il contrario di tutto, l’umanità, l’onestà, il riserbo e il pudore di chi lavora e una casa l’ha potuta avere solo lì, la disperazione di chi lì non vuole viverci perché non c’è niente, di chi sa che a pochi chilometri c’è la Roma vera, quella ricca ed elegante, quella dove se «ti fai» usi coca e magari sei pure considerato chic. No, qui non è così: se ti fai, ti fai di eroina e l’abbruttimento ti accompagna per sempre.

Luca Esposito andava «a far catenine», cosa che al padre dell’altro disgraziato, Maurizio De Lucenti, è sembrato un fatto normale, una «fregnaccia» che non giustificava tanto clamore. Sì, ha detto proprio così:

«Mio figlio è un fregnone che ha strappato qualche catenina... ».

Poi, da pluripregiudicato, da uomo accusato di ricettare l’oro dei tossici in cambio proprio dell’eroina, ha dovuto far marcia indietro ed è arrivato a chiedere perdono. Che non gli verrà concesso, perché una vita se ne è andata e se n’è andata proprio perché esistono quelli come lui, che consentono ai ragazzi che rapinano le collanine, di poterle rivendere, condividendo così la responsabilità di queste tragedie.

Un circuito perverso che si avvita su se stesso: «Ti do la droga e mi arricchisco, te la tolgo se non mi paghi e, se ne hai bisogno, vai a far collanine e le porti a me, che ti do altra eroina». Ecco, attraverso questi passaggi si snoda il percorso della morte, e proprio su questo percorso s’è fermata la vita di Carlo Tufilli.

«Mio figlio da due anni lo porto a prendere il metadone», dice il padre di Maurizio, che oggi rischia l’ergastolo. «È un bravo ragazzo, pieno di problemi come tutti quelli che si drogano. L’ho convinto a costituirsi perché temevo che in qualche modo potesse finire in tragedia, ho pregato gli uomini della squadra mobile di non fargli del male e il pomeriggio della domenica lui si è consegnato alla polizia. Ma a me ha detto che non ha sparato, che lui la pistola non l’ha neppure toccata».

L’hanno preso in una delle due torri che a Tor Bella Monaca campeggiano nel deserto dell’ex Agro romano, dove un’alta percentuale di ragazzi si droga, dove una delle poche attività è il delinquere: lavoro non ce n’è. Ma hanno dovuto sfondare la porta blindata e attendere che il padre convincesse il figlio. Poi, dinanzi al magistrato, Maurizio De Lucenti ha fornito la sua versione.

«Non sono stato io a sparare», ha detto pallido pallido. Le perizie, le prime perizie sembrerebbero dire il contrario. Le pistole erano due, i colpi con i quali Carlo Tufilli è stato ucciso sono stati sparati da due armi.

Sarà vero o no? Ha poca importanza per ora. Ora si piange un uomo che faceva il poliziotto, che veniva da Rocca Vivara in provincia di Campobasso, che aveva una storia di dignità e lavoro, come tante di quel meridione che è anche serbatoio di sentimenti e dirittura morale, che non si piega dinanzi alle difficoltà, che sorride a volte di quel sorriso triste che la vita ti stampa in faccia quando devi pensare a sopravvivere senza barrattare la dignità.

Come quell’altro ex poliziotto, rude e scontroso dalle mani grandi e dal cervello fino che in lacrime ha seguito il funerale rompendo schemi e rituali.

Quell’Antonio Di Pietro che ha voluto testimoniare, poggiando la sua manona sul capo dei figli di Carlo Tufilli, straziati dal. le lacrime e dal dolore che il sentire è lo stesso la storia è la stessa, la regione di provenienza la stessa.

E lo ha ricordato il ministro degli Interni, Giorgio Napolitano, quando ha parlato senza retorica della dignità del mezzogiorno e della sua gente. Che si mostra anche nella fierezza e nella compostezza del dolore di Maria Antonietta, che non sbraita, né si dispera, ma sa che deve continuare a vivere portando il testimone di un insegnamento civile di altissima caratura. Un insegnamento al quale lo Stato e i suoi uomini non possono restare insensibili ma hanno l’obbligo assoluto di dare risposte. Con i fatti.

«Che il sacrificio di Carlo diventi uno stimolo per voi», ha detto don Claudio, il parroco della chiesa dei Santi Simone e Giuda, rivolto alle autorità presenti, «a non sprecare le vostre energie più a mantenervi al potere più a lungo ma a utilizzarle al meglio, per esempio ponendo maggior attenzione verso le zone a rischio della città».

Dove il trenino Roma-Pantano ha ripreso la sua corsa.

 

Gennaro De Stefano

 

ONORIFICENZE

Medaglia d'oro al valor civile

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ISPETTORE CAPO R.E. DELLA POLIZIA DI STATO

Data del conferimento: 17/01/1997


Motivazione:
"Libero dal servizio, con generoso slancio affrontava due uomini armati, che avevano appena compiuto una rapina a bordo di un treno, nel tentativo di impedirne la fuga. Ingaggiato, poi, un violento conflitto a fuoco con i malviventi, riusciva a colpire uno di essi, ma veniva a sua volta mortalmente ferito. Splendido esempio di alto senso del dovere e di elette virtù civiche, spinti sino all'estremo sacrificio. Roma, 22 giugno 1996."

 

 

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