Chi dona la vita per gli altri resta per sempre
I nostri Feriti

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Maresciallo Esercito Italiano STEFANO RUARO

STEFANO RUARO 1° Maresciallo dell’Esercito Italiano

nato a Montecchio Maggiore (VI) il 3/1/1966

Data arruolamento nelle Forze Armate, Esercito: 1984;

Servizio prestato presso 9° Rgt par. assalto “ Col Moschin”, Livorno (1985-1995) e presso 4° Rgt. Alpini paracadutisti “Monte Cervino”, Bolzano(1995-2002);
impiegato per servizio all’estero: Iraq sett- Somalia-Bosnia-Afghanistan.

Decorato di medaglia di Bronzo al Valor Militare per azione di combattimento del 2 luglio 1993 con decreto del Presidente della Repubblica, insignito a fregiarsi del speciale “insegna per feriti in battaglia” dal Ministero della Difesa, 4 encomi solenni, 3 elogi semplici.

Sposato e padre di due figli.



Somalia, 2 luglio 1993
Missione militare italiana, denominata “Ibis”, Check Point Pasta”

“Il 2 luglio 1993 mi trovavo in prossimità del “Check Point Pasta” durante la missione militare italiana, denominata “Ibis” in Somalia che, come è noto, oltre ad avere dato sfortunatamente un numero consistente di caduti e feriti alla Patria, resta scritta in pagine di storia contemporanea ed è consultabile in numerosi siti internet che si occupano dell’argomento.
In quel periodo, prestavo servizio presso il 9° Rgt d’assalto Paracadutisti “Col Moschin”, unità di Forze Speciali dell’Esercito impiegato in Somalia sin dal momento della riapertura della nostra ex Ambasciata di Mogadiscio, ripresa nel dicembre 1992.
La durata della mia missione, prima del mio ferimento è stata di 7 mesi, vissuti in maniera intensa in un paese allo sbando, in situazioni al limite della sicurezza, delle malattie ed in condizioni ambientali alquanto sfavorevoli.
Sia la mia unità, sia la Brigata Folgore, si è adoperata in tutte le attività di controllo del territorio, di ricostruzione e di sicurezza, essendo impiegati principalmente dalla città di Mogadiscio fino a Jalalassi, estremo paese confinante con l’Eritrea.
Bisogna ricordare che in quel periodo erano presenti nel contingente italiano militari di leva, principalmente paracadutisti della Folgore. Essi non essendo professionisti e di età alquanto giovane, hanno svolto in situazioni alquanto proibitive un lavoro encomiabile in un paese ad elevato rischio, martoriato dalla guerra civile, dal terrorismo ed in mano a vari signori della guerra locali.
Molte sono state le azioni di fuoco, dove noi tutti siamo stati impiegati, come molte sonostate le attività di supporto in favore agli altri contingenti internazionali presenti nel paese.
Alto è risultato e purtroppo il contributo di sangue versato per le Istituzioni al prezzo della stessa vita dei nostri ragazzi quali, Stefano Paolicchi, Millevoi, Baccaro, e di chi ancora porta i segni di qui tragici momenti.
Molti altri sono caduti per servizio in quel paese, come l’agente del SiSMi Li Causi, la giornalista Ilaria Alpi e il suo assistente, l’assistente della giornalista Carmen La Sorella ed altri.

Nel mio caso, nella giornata del 2 luglio 1993, assieme al mio distaccamento ero impiegato in un rastrellamento di un quartiere di Mogadiscio per cercare di catturare il Gen. Aidid, noto comandante locale in connessione con esponenti di Al-Qeada (ancora agli embrioni), ricercato dalle forze ONU. Lo stesso Aidid, sarà il responsabile diretto di quell’operazione svolta alla sua cattura coordinata dalle forze militari statunitensi denominata “Black Hawk Down” (dove è stato riprodotto un film su tale evento), nel mese di settembre 1993.

La nostra operazione denominata “Canguro 13” del 2 luglio 1993 si è poi rivelata un tragico evento, poiché l’Esercito italiano ha versato il più alto contributo di sangue dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, per una missione, denominata di “Pace”.

Nell’operazione, sia io che il mio Distaccamento Operativo ci siamo adoperati per dare un supporto di sicurezza alle varie componenti militari del contingente più volte sotto il fuoco nemico,(come detto si trattava di militari di leva, mentre la mia unità era composta da soli professionisti).
Nella stessa giornata, dopo svariati conflitti a fuoco, atti a contrastare le forze avversarie e cercando di dare supporto ai paracadutisti asserragliati, dopo l’uccisione del Serg. Magg. Stefano Paolicchi, proprio durante l’avvicinamento presso il Check Point” Pasta, venivo fatto oggetto da fuoco nemico in prossimità del “Check Point Ferro”, mentre ero alla guida del mio mezzo.

Nell’attacco riportavo ferite da arma da fuoco alla gamba destra e quella sinistra e al dito della mano destra.

In quell’occasione, ricordo che la zona era un inferno, gruppi armati somali posizionati sia sui tetti sia lungo la strada sparavano all’impazzata sia con armi portatili e razzi RPG contro i nostri mezzi e contro i blindati dei Carabinieri Paracadutisti venuti in nostro soccorso.
C’è stato un momento, durante il ferimento e rimanendo sempre cosciente, dove ho perso il contatto con i miei uomini, i quali si erano posizionati per rispondere alla minaccia.
Un momento che mi è sembrato eterno dove oltre al dolore che provavo, pensavo di essere rimasto solo e certo di cadere nelle mani dei guerriglieri somali.
Fortunatamente, poco dopo sono stato recuperato ed evacuato in zona sicura per poi essere trasportato tramite un elicottero presso l’ospedale militare da campo statunitense.
Alla fine dopo innumerevoli interventi ed una convalescenza che è durata circa due anni e mezzo, sono rientrato in servizio.
Mi hanno insignito di una medaglia di Bronzo al Valore Militare, mi sono rimesso in piedi con la forza del carattere di chi non vuole mai mollare, ho cambiato reparto ed unità, ho continuato a dare il meglio di me stesso, sacrificato la mia famiglia per le istituzioni, ho continuato ad essere impiegato in missioni all’estero.
Alla fine di quello che è successo rimane solo un ricordo per pochi, non ho chiesto mai niente e non chiederò niente, se non altro di avere fatto preoccupare sempre la mia famiglia per una vita travagliata e piena di pericoli. Tutti noi, feriti in quell’evento, portiamo al nostro cuore cose che pochi possono immaginare.
Ancora oggi poche sono le volte che siamo stati ricordati o chiamati da qualche autorità per celebrazioni del caso, o per chi ha dato la sua vita per le istituzioni.

Quanto avvenuto è la sintesi di un ricordo che ora con il tempo che passa, si fa sempre più sentire per le ferite e per lo stato d’animo. Qualcosa che pochi forse hanno provato.
Eppure quando ci si guarda o si rammenta quell’evento, la mente immediatamente volge come un’alba di primavera limpida e chiara.
Queste sono le gratificazioni di chi si è adoperato per un credo, per un fine, per una nazione, per lo Stato..."

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